Aggiornamento 2026: per mercati, requisiti di conformità e opportunità aggiornati leggi la nostra guida Export di cosmesi nel 2026.
Il settore cosmetico rappresenta uno dei mercati più fiorenti del Made in Italy.
Si tratta di un ambito contraddistinto da un trend in costante crescita, che negli ultimi anni si è decisamente espanso anche oltre i confini nazionali.
Esportare cosmesi può risultare un’opzione vincente per molti imprenditori, tuttavia ci sono diversi aspetti da considerare per poter realizzare un business di effettivo successo.
I numeri parlano chiaro: ben 4,9 miliardi sono stati generati nel solo 2020 dalle aziende italiane, grazie all’esportazione di prodotti cosmetici fino a toccare i 5,9 miliardi di euro nel 2022. Per il 2023 il trend resta positivo (+10%) e si stima che l’export di cosmetici italiani possa raggiungere a breve i 6,4 miliardi di euro.
All’interno della classifica mondiale degli esportatori di cosmesi, l’Italia si posiziona al 6° posto.
Ma quali sono i paesi di destinazione più interessati a tali prodotti?
In cima a tutti la Francia, seguita da Germania e Stati Uniti. Altre nazioni, come Corea del Sud e gli Emirati Arabi Uniti, stanno dimostrando un interesse sempre maggiore per questo settore strettamente legato al marchio Made in Italy.
Un mercato quindi in continua espansione, che sembra non incontrare rallentamenti.
Cos’è necessario quindi per iniziare a esportare cosmesi nel modo migliore, con l’obiettivo di intraprendere un’attività proficua, che possa proseguire con un ottimo andamento e raggiungere risultati sempre più ambiziosi nel tempo?
Prima di tutto, è consigliabile essere sostenuti da uno o più professionisti esperti che riescano a individuare i prodotti cosmetici da lanciare al di fuori dei confini nazionali, analizzando con attenzione le capacità produttive e logistiche dell’azienda e realizzando una strategia mirata a ottenere sia un minor impatto sui costi che dei ritorni economici adeguati.
Tali figure, specializzate nell’ambito dell’internazionalizzazione, possono inoltre dare un aiuto decisivo nell’ottenere la documentazione necessaria per esportare cosmesi nei vari paesi del mondo.
In merito a questo punto, per poter vendere in un paese straniero quella di dotarsi di tutti i documenti specifici (comprese le certificazioni) previsti dalla normativa vigente in merito alle esportazioni di prodotti resta una condizione imprescindibile.
Il primo da ottenere è il Certificato di Libera Vendita (CLV – Free Sale Certificate in inglese) rilasciato dal Ministero della Salute e che richiede procedure diverse in base al luogo di destinazione, ovvero un Paese UE o extra UE.
Deve essere poi approntato il PIF (Product Information File), una sorta di dossier in cui vengono riportate tutte le informazioni riguardo al prodotto, comprese quelle inerenti a ciò che viene riportato in etichetta, come gli avvertimenti sull’uso.
Ciò che viene inserito nel PIF servirà anche a compilare con i dati corretti la richiesta di notifica al CPNP (Cosmetic Products Notification Portal), necessaria per immettere la merce nel circuito di vendita europeo.
Per esportare cosmesi fuori dall’Europa invece, è necessario dotarsi di opportuni documenti che dovranno essere adattati in base al paese di destinazione.
Spesso, tali certificazioni sono obbligatorie: è il caso dell’ECAS, il certificato obbligatorio rilasciato dalle autorità negli Emirati Arabi Uniti che consente lo sdoganamento, la distribuzione e la vendita dei prodotti importati negli UAE.
Altre tipologie di documenti sono il Certificate of Formula, la GMP Declaration (Good Manufacturing Practice) e il Safety Data Sheet.
Poiché procurare tale documentazione può rivelarsi un percorso tortuoso, affidarsi a chi può fornire una consulenza professionale in merito è sempre consigliato.
Chiaramente, i documenti necessari per consentire l’esportazione dei prodotti fuori dai confini nazionali non bastano ad assicurare una vendita proficua.
Ci sono tanti fattori da considerare, a partire dalla logistica o meglio dalla supply chain che determina il flusso di distribuzione di ogni singolo prodotto.
Poter contare su una rete di vendita efficace e veloce, in grado di individuare quali siano i migliori canali distributivi per ottimizzare ogni processo, è determinante per ottenere i risultati desiderati.
Allo stesso tempo è necessario essere competitivi, continuando sempre a lavorare sulla qualità, rimanendo pronti a cogliere ogni innovazione del settore e a pianificare eventualmente nuove strategie.
Esportare cosmesi può risultare certamente un’azione vincente, poiché questo mercato appare in costante crescita e senza flessioni. Tuttavia, delle attente valutazioni sono in ogni caso fondamentali. Una fra tutte, a quali paesi destinare la vendita? Dove si potranno ottenere i maggiori profitti, a fronte di minori costi?
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L’export di cosmetici italiani è passato da 4,9 miliardi di euro nel 2020 a 5,9 miliardi nel 2022. Per il 2023 il trend resta positivo (+10%) e si stima che possa raggiungere a breve i 6,4 miliardi. Nella classifica mondiale degli esportatori di cosmesi l’Italia occupa il 6° posto.
I principali mercati di destinazione della cosmesi italiana sono la Francia, al primo posto, seguita da Germania e Stati Uniti. Mostrano un interesse sempre maggiore anche la Corea del Sud e gli Emirati Arabi Uniti, mercati legati in modo forte al valore del marchio Made in Italy.
Il Certificato di Libera Vendita (CLV, in inglese Free Sale Certificate) è il documento rilasciato dal Ministero della Salute che attesta la possibilità di vendere il prodotto cosmetico. È il primo documento da ottenere per esportare e le procedure cambiano a seconda che la destinazione sia un Paese UE o extra UE.
Il PIF (Product Information File) è il dossier con tutte le informazioni sul prodotto cosmetico, comprese quelle riportate in etichetta, come gli avvertimenti d’uso. I dati del PIF servono a compilare la notifica al CPNP (Cosmetic Products Notification Portal), necessaria per immettere il prodotto nel circuito di vendita europeo.
Fuori dall’Europa i documenti vanno adattati al Paese di destinazione e spesso sono obbligatori. Negli Emirati Arabi Uniti serve l’ECAS, il certificato rilasciato dalle autorità locali che consente sdoganamento, distribuzione e vendita. Altri documenti possibili sono il Certificate of Formula, la GMP Declaration (Good Manufacturing Practice) e il Safety Data Sheet.
Oltre ai documenti contano la supply chain che governa la distribuzione di ogni prodotto e una rete di vendita efficace e veloce, capace di individuare i canali distributivi migliori. Servono poi qualità costante, attenzione alle innovazioni del settore e un’attenta scelta dei Paesi in cui vendere, valutando profitti e costi.
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