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India: modifiche agli IDE, IKEA non demorde

Dopo il positivo periodo di crescita economica verificatosi fino ad ora, l’India si trova in una fase di impasse. Il tasso di crescita registrato lo scorso marzo si è assestato intorno al 5.3% rispetto a quello atteso pari al 6.1%, (il più basso degli ultimi nove anni) e benché tale performance sia nettamente positiva rispetto a quella degli altri BRICS (Brasile 0.2%, Russia 1.9%, Cina 1.8%, Sud Africa 2.7%) e sia in linea con la media degli altri Paesi a livelli mondiale (6.75%), complessivamente l’economia indiana ha subito un rallentamento nel’ultimo periodo.

Una possibile via d’uscita per uscire da questa situazione potrebbe essere la promozione di politiche ad hoc che favoriscano gli investimenti nel Paese da parte di aziende sia locali che estere.

Nell’occhio del ciclone, in questo ultimo periodo, si sono trovati gli Investimenti Diretti Esteri nel settore della vendita al dettaglio, soprattutto in seguito alla richiesta di IKEA di ridurre le restrizioni imposte dal Governo indiano sugli IDE nel Retail mono-marca. Il colosso svedese ha manifestato il proprio interesse per il mercato locale e l’intenzione di investire oltre 1.5 miliardi di Euro.

Il settore del Retail, cuore pulsante dell’economia indiana

Con un valore stimato pari a circa 330 miliardi di Euro e un tasso di crescita atteso del 12%, il settore della vendita al dettaglio in India è certamente tra i più attivi dell’intera economia indiana. Dopo il settore dell’agricoltura, quello del Retail offre lavoro ad oltre 40 milioni di indiani, ovvero circa il 3.3% dell’intera popolazione.

Il mondo della vendita al dettaglio in India è caratterizzato da una dicotomia tra Retail organizzato e Retail non organizzato:

  • con il primo si indicano quelle attività commerciali condotte da rivenditori autorizzati censiti presso i registri del Governo e che provvedono al versamento delle tasse dovute allo Stato. In questa categoria rientrano supermercati quotati in borsa, ipermercati, catene di vendita al dettaglio oltre naturalmente alle grandi aziende private;
  • appartengono invece al mondo del Retail non organizzato i tradizionali punti vendita al dettaglio a basso costo che animano le strade delle città indiane. Tali negozi sono tendenzialmente a conduzione familiare e specializzati nella vendita di alimentari oltre che di prodotti e servizi artigianali.

Il trend che si sta palesando nel settore riguarda proprio l’emergere della vendita organizzata al dettaglio (fino al 2010 sconosciuta nelle comunità rurali e nei piccoli villaggi dell’India), che presenta un tasso di crescita ponderato annuo del 22%. A seguire vengono elencati i principali fattori che hanno trainato e continuano a trainare la crescita del settore:

  • il boom del Real Estate;
  • una più elevata capacità di spesa da parte dei giovani;
  • l’aumento dello stipendio medio;
  • un forte cambiamento delle esigenze del consumatore e una maggiore consapevolezza del brand;
  • le nuove modalità di pagamento che semplificano gli acquisti.

Tra le varie categorie in cui il Retail può essere suddiviso, il segmento dell’arredamento costituisce il 3% del totale e presenta interessanti prospettive di espansione in un mercato caratterizzato esclusivamente da piccoli dettaglianti con una limitata gamma di prodotti e perciò non completamente in grado di soddisfare le esigenze dei suoi nuovi consumatori, alla ricerca di uno stile di design ma a prezzi contenuti.

La regolamentazione attuale nel settore del rivenditori al dettaglio

Da almeno 10 anni, il tema degli IDE nel settore della vendita al dettaglio in India presenta diverse controversie. Sono molteplici i provvedimenti che nel corso degli anni sono stati adottati per consentire al Paese di definire una politica adeguata in grado di attirare investimenti esteri dai Paesi sviluppati, in precedenza restii all’ingresso nel mercato Indiano.

Nel 1997, per la prima volta il governo indiano ha approvato il 100% degli IDE nella vendita all’ingrosso. Per ottenere risultati nel segmento della vendita al dettaglio sono stati necessari circa dieci anni: infatti, nel 2006 il Consiglio dei Ministri ha approvato la quota di proprietà del 51% per le aziende straniere nel mondo del Retail mono-marca. Solo nel novembre 2011 è stata approvata la proposta che avrebbe consentito il 100% dei negozi monomarca e il 51% degli IDE nella vendita al dettaglio multi-marca. Tuttavia, tale riforma ha scatenato la durissima opposizione dei Governi di diversi Stati, e il Governo prima ha fatto marcia indietro e poi ha reintrodotto la norma che conferisce alle aziende straniere la possibilità di ottenere fino al 100% delle quote di proprietà dei punti vendita mono-marca.

Questi provvedimenti sono giunti in un momento in cui i retailer a livello mondiale si trovano ad affrontare aspetti critici nei loro paesi d’origine e quindi vanno alla ricerca di nuovi mercati emergenti dove poter trovare condizioni più agevoli per il loro business.

Non risulta strano dunque che l’approvazione della normativa sugli IDE nel settore della vendita al dettaglio sia stata accolta con favore dai rivenditori organizzati internazionali. Non si può non considerare però che la normativa attuale preveda che le imprese straniere intenzionate ad espandersi in India debbano approvvigionarsi parzialmente dai fornitori locali in misura uguale al 30% dei propri ricavi entro un anno dall’ingresso nel mercato. Tale misura non soddisfa le aziende straniere principalmente per due motivi:

  • il primo riguarda il fatto che bisogna considerare come base di calcolo i costi sostenuti per la produzione ed il trasporto dei prodotti, anziché i ricavi;
  • il secondo, invece, è relativo al fatto che garantire una simile percentuale nell’immediato avrebbe diversi effetti negativi.

Oltre a ciò, si registra la presenza di molteplici clausole imposte dal Governo indiano. Tra queste la necessità di ottenere fattori produttivi da Piccole e Medie Imprese (PMI) indiane che non eccedano una capitalizzazione di 830.000 Euro in investimenti fissi. Il rischio di diluire la qualità del prodotto o di non riuscire a raggiungere un livello di produzione tale da poter consentire forti economie di scala e specializzazione, d’altro canto, è evidente.

Appare chiaro che sono diversi i motivi che scoraggiano le aziende straniere dall’investire nel Retail in India: per queste ed altri ragioni, alcune aziende hanno deciso di posticipare la loro entrata nel mercato indiano o addirittura di non considerare più l’India come un mercato di forte interesse.

Tuttavia, dal momento in cui IKEA ha espresso il desiderio di insediarsi in India, le aspettative riposte nei confronti del Governo sono diventate enormi: l’auspicio è che New Delhi consideri l’ipotesi di agevolare le politiche riguardanti gli IDE.

Le intenzioni e le richieste di IKEA

IKEA, il più grande rivenditore al mondo di arredamento per la casa, a seguito del successo senza precedenti riscontrato in Cina e Russia, sta infatti valutando l’ipotesi di insediarsi nel mercato indiano.

I primi tentativi di un possibile ingresso risalgono al 2009, presto accantonati dopo alcuni problemi riscontrati in relazione alla regolamentazione indiana. Nonostante ciò, nel giugno 2012, a seguito dell’incontro a San Pietroburgo tra il Ministro dell’Industria e del Commercio indiano Anand Sharma e il CEO, nonché presidente di IKEA, Mikael Ohlsson, la compagnia ha di nuovo manifestato il desiderio di entrare nel mercato indiano. L’intenzione del colosso svedese è quella di investire una cifra pari a 1.5 miliardi di Euro, aprendo circa 25 nuovi store sul suolo indiano nel lungo periodo.

La strada da intraprendere però è ancora lunga e travagliata: il 22 giugno, IKEA ha inviato al Dipartimento della Politica e Promozione Industriale la richiesta di una diminuzione delle restrizioni relative alle norme in vigore per gli IDE in punti vendita mono-marca. Da un comunicato rilasciato dall’azienda, pare che IKEA non sia disposta nell’immediato a rifornirsi dalle PMI indiane per una cifra pari al 30% dei propri ricavi e perciò ha richiesto all’autorità competente un prolungamento dell’orizzonte temporale di circa 10 anni dalla data di approvazione della domanda per soddisfare i requisiti richiesti.

Le risposte dal Governo indiano e i possibili cambiamenti nel prossimo futuro

La risposta del DIPP alla richieste di IKEA è stata perentoria. Qualsiasi possibilità di prolungare a 10 anni il periodo concesso per soddisfare i requisiti di outsourcing del 30% è stata sostanzialmente rimossa dal tavolo delle trattative. Il DIPP, infatti, non sembra essere disposto a concedere lo sviluppo di una normativa ad hoc per IKEA e per questo motivo si stanno ora analizzando i modelli di business di altri 59 punti vendita ad insegna unica, alla ricerca di possibili analogie implementabili anche per IKEA. Il Ministro per le Micro, Piccole e Medie Imprese Vilasrao Deshmukh è stato categorico in questo senso, mentre il Primo Ministro Manmohan Singh ha dichiarato il proprio impegno nel garantire alle aziende straniere un ragionevole periodo di tempo per uniformarsi alla normativa, nel tentativo di fare dell’India un Paese maggiormente “business friendly”. Tra i Ministri più solerti, si segnala soprattutto Anand Sharma, Ministro per il Commercio e l’Industria, che intende promuovere una legislazione più aperta in tema di IDE.

È quindi iniziato un periodo di elettrizzante attesa che potrebbe portare ad una possibile modifica dell’attuale normativa. Le ultime indiscrezioni farebbero pensare all’approvazione delle seguenti modifiche:

  • l’applicazione del requisito di approvvigionamento per il 30 % calcolato sulla base dei costi di produzione e trasporto invece che sui ricavi;
  • il soddisfacimento dei requisiti imposti dal governo entro 3 o 5 anni dall’autorizzazione dell’entrata nel mercato indiano;
  • la possibilità di continuare ad approvvigionarsi da PMI che eccedano il limite massimo di 1 milione di USD in investimenti fissi;
  • la rimozione della clausola addizionale che impone alle imprese di essere proprietarie dirette del marchio.

Molti sono gli interessi in gioco nella vicenda e una forte opposizione è stata esercitata dallo stesso Ministro per le Micro, Piccole e Medie Imprese, che sta cercando di tutelare l’interesse di queste ultime, che temono di essere escluse dal mercato e di diventare vittime di un eccessivo potere contrattuale esercitato dalle aziende straniere. La situazione è destinata ad evolvere nelle prossime settimane.

Andrea Cocco

Flavia Tamborini Permunian

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