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Le nuove sfide per il commercio estero italiano

In che direzione va il commercio estero italiano?  Quanto è importante per le PMI italiane il processo di internazionalizzazione, sempre più vitale e strategico nell’economia globale?

La crescita dei mercati “emergenti avanzati” e dei cosiddetti “emergenti emergenti”, la crisi degli ultimi tre anni che ha colpito in particolare il mondo occidentale hanno determinato un cambio radicale nell’economia globale. Crescere l’1% non può bastare quando altri paesi invece hanno una crescita del PIL dell’8%: è diventato quindi assolutamente necessario cercare nuove vie, nuovi mercati, aumentare le esportazioni, attuare un processo di “rilocalizzazione strategica”. La delocalizzazione attuata da molte imprese italiane, si è rivelata una scelta errata: quindi per poter essere al passo con le dinamiche odierne diviene assolutamente opportuno internazionalizzare la propria impresa, impiantando altrove, in altri paesi esteri, le proprie aziende, per aggredire i mercati che stanno conoscendo un ritmo sostenuto di crescita. Il consumatore occidentale sta conoscendo un processo di progressivo impoverimento, a differenza di quello dei BRIC: si calcola che entro il 2050, solo India e Cina costituiranno il 50% dei consumatori mondiali. Rilocalizzare significa anche creare prospettive di sviluppo e miglioramento, non solo nei mercati in cui ci si insedia, ma anche nel Paese che investe.

Considerando la particolare struttura dell’industria e dell’azienda italiana, caratterizzata da una miriade di PMI non in grado da sole di penetrare i mercati esteri, si reputa opportuno trovare soluzioni adeguate: bisogna dunque creare fusioni, aggregarsi, creare consorzi, creare Reti d’Impresa. In poche parole unirsi. Fondamentale poi dovrebbe essere il supporto del Governo e delle Istituzioni. Basterebbe prendere esempio dalla Francia: per rivitalizzare l’agonizzante comparto vinicolo (champagne incluso), una delegazione del Governo, capeggiata dallo stesso Sarkozy, si è recata in Cina con i più importanti produttori del settore per promuovere i loro prodotti. Grazie a questa mossa, la Cina da sola è riuscita a risollevare un settore che aveva conosciuto un crollo nei consumi del 50%. Il ruolo dell’industria manifatturiera in Italia, ad esempio, si rivela quanto mai fondamentale: con il 31% dell’esportazioni italiane complessive, le 135 mila imprese  (con 1 milione e 350 mila addetti) del settore riescono a generare un fatturato equivalente a 112 miliardi di euro. Supportare dunque tale settore nell’internazionalizzazione farebbe crescere l’intera economia italiana. Anche qui la logica che muove le imprese italiane dev’essere volta non ad una mera esportazione, ma ad un vero e proprio processo di rilocalizzazione, che avrebbe anche un ruolo importante anche nell’ambito delle cosiddette “guerre valutarie”.

Dopo il crollo del 2009, la produzione ed il commercio mondiale sono tornati a crescere: ovviamente il ruolo di paesi come Cina, India (Paese in cui le imprese lombarde esportano più che in Cina) e Brasile, ma anche Vietnam, Nigeria, Thailandia, Turchia e Russia è stato più che rilevante. L’Asia, in particolare, presenta molte opportunità in diversi settori merceologici: dall’alimentare al tessile, dalla chimica alle lavorazione dei minerali, dalla meccanica al settore elettrico ed elettronico, dalle infrastrutture al settore manifatturiero. Diversificare in diversi Paesi e mercati diventa quindi una scelta strategica, considerando che il prodotto italiano, grazie al suo substrato psicologico, è un tipo di prodotto particolarmente atteso: gli stessi cinesi affermano che ci imitano perché siamo maestri in quello che facciamo, e nelle cultura cinese l’imitazione ha un’accezione positiva. Il commercio internazionale è ripartito nel 2010, con una crescita del 18,4%: Asia e America Latina sono le macro-regioni che hanno conosciuto uno sviluppo più sostenuto, anche se i tassi di crescita del PIL sono inferiori rispetto a quelli del bienno pre-crisi.

Analizzando le importazioni di prodotti italiani in tutti i continenti, possiamo affermare che lo spazio per una penetrazione nei nuovi mercati c’è: le esportazioni italiane al momento raggiungono un 30% solo in Francia, Germania e Stati Uniti; quelle dirette in Asia arrivano al 6,9% e quelle verso l’America Latina appena l’1,7%. Nei prossimi anni, oltre a Cina e India, paesi come Messico, Argentina, Cile, Tunisia, Filippine, Taiwan, Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Vietnam e Thailandia rappresentano più di una semplice scommessa. In Asia, ad esempio, la crescita della classe media passerà nei prossimi anni dal 23% al 40% con un conseguente aumento di domanda dei beni di consumo. Più in generale, le opportunità a livello globale nel settore elettrico per le imprese italiane risultano particolarmente interessanti: gli investimenti nel settore sono cresciuti del 35% in Asia, del 18% in Africa, del 17% in America Latina.

Quali sono dunque le strategie per le imprese italiane che vogliono internazionalizzare la propria attività?
Innanzitutto è necessario compiere un salto di qualità, c’è bisogno di un maggiore aiuto dal Sistema Paese, e le aziende italiane devono comprendere che è importante ricevere un supporto da società di consulenza o da enti preposti, ecc. Molte volte gli imprenditori pensano di essere in grado di fare per conto loro, ma l’impresa può dare maggiori risultati se accompagnata. Quindi l’assistenza assume un ruolo importante. L’aggregazione e l’unione fra imprese costituisce un altro passaggio fondamentale considerando la struttura dell’industria italiana (caratterizzata da una forte presenza di PMI) che non può contare sulla grande distribuzione come la Francia, ad esempio, per poter collocare i propri prodotti. C’è bisogno di un maggiore coordinamento, tra mondo politico ed economico, e più in generale nel mondo imprenditoriale: le aziende non devono sentirsi sole nel loro processo di internazionalizzazione. Accompagnare gli imprenditori italiani in loco, oltre a promuovere l’immagine del paese, si rivela uno strumento importante al fine di promozionare i propri prodotti e tessere quei legami importanti per la rilocalizzazione. La politica estera deve quindi supportare la politica commerciale.

L’Italia inoltre può contare sul suo marchio: il made in Italy costituisce ancora un motivo di fascino. Puntare quindi sulla qualità, sul design, che hanno da sempre contraddistinto i prodotti italiani rimane ancora un must oltre che una strategia vincente.

Manlio Urbano

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